Suoni della Terra


Vai ai contenuti

Menu principale:


Musica e Danza XIV Sec.

Musica antica > Medioevo/Rinascimento

MUSICA E LA DANZA NEL XIV SECOLO

In Italia il Trecento fu un secolo di straordinaria attività artistica. Studiosi, poeti, pittori, scultori e musicisti furono tutti stimolati dalle idee e gli ideali dell'umanesimo. I modelli classici ispirarono scrittori come Petrarca e Boccaccio e artisti come Simone Martini e Giotto ad aprire le porte verso dimensioni nuove nell'arte e nella letteratura. I compositori non ebbero modelli simili ma trovarono invece l'ispirazione nelle nuove forme poetiche e nella nuova vitalità che aveva acquistato la lingua italiana grazie all'opera di Dante.
Un' importante centro di questa nuova cultura, fu Firenze. Il principale compositore fiorentino, Francesco Landini, detto "Francesco Cieco" e "Francesco degli Organi", nacque a Fiesole attorno al 1325 e morì a Firenze nel 1397. Benché cieco sin dall'infanzia in seguito a un attacco di vaiolo, egli suonava parecchi strumenti fra i quali anche il liuto, il flauto dolce e l'organo. Landini fu anche poeta, filosofo, astrologo e persino inventore di un nuovo strumento a corde, il Serena serenarum. Visse per qualche tempo a Venezia dove per la sua abilità di organista fu incoronato di alloro.
Il suo modo di suonare e la sua musica erano universalmente ammirati, e si può dire che il suo spirito versatile ed energico rappresenti in "miniatura" quello del Trecento. Di lui si conservano: 12 madrigali (9 a 2 e 3 a 3 voci), un virerai e una caccia a 3 voci, 140 ballate (91 a 2 voci, 47 a 3, 2 in doppia versione, a 2 e a 3 voci). Molti testi poetici sono di sua composizione.
Di tutti gli altri compositori del secolo, pochissimo è noto sulla vita di Piero, Giovanni e Jacopo, a parte il fatto che ebbero legami con le corti di Milano e Verona.
Possiamo supporre che Jacopo sia stato l'insegnante di Landini, poiché è l'unico fra i compositori ad aver scritto un trattato teorico che sia sopravvissuto ai tempi.
Nella musica profana le principali forme vocali dell'epoca erano il madrigale, la caccia e la ballata. Il madrigale fu assai popolare nella prima parte del secolo, e la maggioranza delle composizioni di Piero, Giovanni da Firenze (o da Cascia) e Jacopo da Bologna sono in questa forma; dispone di una struttura AAB con la sezione B, chiamata ritornello, in funzione di coda. I testi erano di carattere idillico, amoroso e raramente allegorico o morale.
Dall'applicazione del canone al madrigale ebbe origine la caccia, un tour de force sia per i compositori che per i cantanti. Due elaborate parti vocali cantano in canone sopra una terza parte strumentale (tenor). Si tratta qui di un vero e proprio inseguimento musicale, e molti testi di cacce hanno effettivamente come soggetto la caccia, nonché altre attività di società come la pesca, oppure il trambusto di una scena di mercato.
Tra i compositori di cacce si citano un Maestro Piero (che ne ha lasciate una decina), Nicolò di Francesco detto Gherardello e Lorenzo da Firenze e Nicolò da Perugia.
La forma di composizione più evoluta e matura dell'Ars nova italiana è la ballata. Prediletta da Landini, era di struttura identica al virerai francese (che musicalmente corrisponde alla forma ABBAA) la ballata presenta spesso forti qualità ritmiche. In effetti Boccaccio ed altri autori rivelano che le ballate venivano spesso cantate e suonate per la danza.
Dal XIII secolo era la forma poetico-musicale italiana più popolare; di solito accompagnava la danza ed era monodica. Le prime ballate polifoniche risalgono al 1360 circa e rapidamente soppiantarono il madrigale e la caccia.
L'unica musica puramente strumentale del Trecento sopravvive sotto forma di musica per strumento a tasto e nelle danze monofoniche. Strutturalmente consistono tutte in una serie di sezioni ripetute, ciascuna con una battuta per la prima e una per la seconda volta. La più lunga era la cosiddetta istampita o estampie sviluppata durante il periodo dei trovatori, mentre il saltarello fu elaborato specificamente durante il XIV secolo.
La fonte più autorevole per la conoscenza della musica strumentale nel Medioevo è il trattato senza titolo di Johannes De Grocheo, importante per la descrizione della pratica esecutiva, delle forme profane e degli strumenti.
Tra i compositori italiani del Trecento, insieme ai già citati, si ricordano : Frà Bartolo da Firenze, Grazioso da Padova, Vincenzo da Rimini, Antonello e Filippo da Caserta, Marchetto da Padova, Matteo da Perugina e il fiammingo Giovanni Cicoria.
Sulla musica e la danza in Italia tra il XIII e XV secolo, non abbiamo delle fonti o testimonianze.
I trattati quattrocenteschi descrivono più che altro danze di corte, perciò le uniche informazioni reperibili le troviamo in testi letterari, atti giudiziari, iconografie varie ecc.
La musica e la danza nel XIV sec. prevalentemente erano espressioni di tradizione orale.
In alcuni atti notarili bolognesi, ad esempio si descrivono i testi di alcune canzoni profane, suonate e danzate chiamate "cantilene", del XIII e XIV secolo :

"Seguramente
vegna a la nostra dança
chi è fedel d'amor servente
e agli cor sperança !
Vegna a la nostra dança
Seguramente
Et a done e donzelle ponga mente:
qual plu gli place
prenda per soa intendança !"

Queste canzoni erano eseguite da gruppi di giovani che giravano per borghi e contrade soprattutto durante le feste del Calendimaggio, del Carnevale ecc.
Queste "brigate" di giovani, erano assai turbolente e spesso per futili motivi nascevano violente risse e battagliole.
Una delle fonti letterarie più importanti e ricca di descrizioni sulla musica e la danza nel XIV secolo è il Decameron di G. Boccaccio.
Alla fine di tutte le giornate, vi sono delle ballate, ad esempio alla fine della I giornata :

"…terminata la cena e fatti venire gli strumenti, comandò la reina che uan danza fosse presa, e quella menando la Lauretta, Emilia cantasse una canzone del leuto Dioneo aiutata. Per lo qual comandamento Lauretta prestamente prese una danza e quella menò, cantando Emilia la seguente canzone amorosamente :
Io son si vaga della mia bellezza…"

Oppure alla fine della II giornata :

"… alla reina piacque menando Emilia la carola, la seguente canzone da Pampinea, rispondendo le altre, fu cantata :
Qual donna canterà s' io non canti
Appresso a questa più altre se ne cantarono e più danze si fecero e sonarono diversi soni".

Ciò che Boccaccio ci descrive, quale fedele osservatore degli usi e costumi del suo tempo, trova conferma in molte iconografie come ad esempio l'affresco Effetti del Buongoverno (Palazzo Pubblico, Siena) di Ambrogio Lorenzetti (1319 - 1348 ca.) dove in una piazza, nove ragazze danzano a catena aperta, accompagnate dal canto e dal tamburello.


Oppure I piaceri della danza (1365 - Chiesa di Santa Maria Novella, Firenze) di Andrea Buonaiuto da Firenze (1368 ca.) in cui tre fanciulle danzano in cerchio tenendosi per mano mentre un'altra canta accompagnandosi col tamburello.
Nell'affresco appare anche un suonatore di cornamusa.

I piaceri della danza (1365) particolare di ronda e fila. Sulla sinistra il suonatore di cornamusa.

I piaceri della danza (1365) particolare della suonatrice di tamburello



Ritornando al Boccaccio, è molto interessante la fine della V giornata del Decameron, nel quale Dioneo è invitato a cantare una canzone, ne cita molte, ma vengono tutte rifiutate fra le risa delle donne per il loro carattere osceno:

"A Dioneo fu comandato che cantasse una canzone. Il quale prestamente cominciò : 'Monna Al druda, levate la coda, chè buone novelle vi reco'. Di che tutte le donne cominciarono a ridere, e massimamente la reina; la quale gli comandò che quella lasciasse e dicessene un'altra. Disse Dioneo : Madonna, se io avessi cembalo, io direi 'Alzatevi i panni, o Monna Lapa', o 'Sotto l'ulivello è l'erba' ; o voleste voi che io dicessi 'L'onda del mare mi fa gran male' : ma io non ho cembalo, e per ciò vedete voi qual voi volete di queste altre. Piacerebbevi 'Esciti fuor, chè sia tagliato com' un majo in su la campagna ? Disse la reina : No, dinne un'altra. Dunque, disse Dioneo, dirò io 'Monna Simona, imbotta, imbotta' e non è del mese d'ottobre. La reina ridendo disse : Deh, in malora dinne una bella, se tu vogli ; che noi non vogliam cotesta. Disse Dioneo : No, Madonna, non ve ne fate male. Pur qual più vi piace ? io ne so più di mille. O volete 'Questo mio nicchio s' io no 'l picchio' o 'Deh, fa pian, marito mio' o 'Io mi comperai un gallo delle lire cento'? La reina allora un poco turbata, quantunque tutte le altre ridessero, disse : Dioneo, lascia stare il motteggiare, e dinne una bella ; e se non, tu potresti provare come io mi so adirare".

Di tutte le canzoni citate da Dioneo, è stato recuperato da un manoscritto del '300 solo "Questo mio nicchio", ricco di allusioni erotiche.

"Questo mio nicchio, s'io no 'l picchio
l'animo mio non mi lassa stare.
Questo mio nicchio vorrebb' uno
Molto si guarda dal digiuno,
per lo star diventa bruno :
io lo 'ntendo adoperare.
Questo mio nicchio, s'io no 'l picchio
L'animo mio non mi lassa stare.
Questo mio nicchio egli è sì fatto :
e' non è si folle e matto,
che chi v'entra e vol far patto
il pegno vi dee lassare.
Questo mio nicchio …."ecc.

Come si osserva in tutte le fonti iconografiche, la coreografia principale era la "carola" (detta anche ridda, ronda, rotondello, ecc.), o danza in cerchio (si ruotava verso sinistra), che poteva anche essere aperto, il cui conduttore non era necessariamente il cantore o musico.
Con cerchio aperto, la "catena" o "tresca" poteva eseguire varie figure, intrecci, labirinti, archi ecc.
In genere in tutte le danze in cerchio partecipavano sia uomini che donne.
Per quanto riguarda la musica, un anonimo grammatico del Trecento (Capitulum de vocibus), la melodia spesso era preesistente al testo come avviene tuttora nei canti di tradizione orale, ed i ritmi di base erano il 3/4, il 2/4 e il 6/8.



Castelroncolo presso Bolzano. Salone: La danza (1300 - 1400 circa).
La dama con la treccia e il cappello rappresenterebbe la duchessa del
tirolo Margherita Maultasch ( ? - 1369)



ARS NOVA

Il termine Ars nova con il quale viene designata la musica del XIV secolo deriva dal titolo di un trattato musicale di Philippe de Vitry, il quale illustra le principali innovazioni intervenute nella teoria e nella pratica musicale all'inizio del secolo.
Il mutato atteggiamento nei confronti delle creazioni musicali è una conseguenza dell'avviato passaggio dal pensiero medievale a quello rinascimentale e della secolarizzazione della cultura intervenuta all'interno della società.
L'Ars nova si distinse dall'Ars antiqua riconoscendo alla musica profana dignità d'arte uguale a quella sacra e sviluppando, accanto alle composizioni polifoniche, altre di stile parzialmente omofonico.
Le composizioni religiose sono scarsissime (alcune parti di messe). Nella notazione il mensuralismo proseguì per la strada indicata da Francone e nella scrittura aggiunse nuove figure : quella della minima e, successivamente, della semiminima; inoltre valorizzò la suddivisione binaria (imperfecta). I teorici, infine, ammisero tra le consonanze imperfette gli intervalli di terza e di sesta.
L'Ars nova italiana fiorì tra il 1325 e i primi decenni del XV secolo. Essa si sviluppo in alcuni centri dell'Italia settentrionale (Bologna, le corti degli Scaligeri a Verona e Padova, dei Visconti a Milano, ecc.) e soprattutto a Firenze.
Le principali fonti dell'Ars nova italiana sono i codici Squarcialupi e Panciatichiano conservati nelle biblioteche di Firenze; i codici Vaticano Rossi, modenese, parigino e del British Museum.



Affresco di Simone Martini
Basilica di San Francesco in Assisi


Fonti, bibliografia e approfondimenti : Choreola n. 3-4-7-8 Ed. Taranta.


Home Page | Curriculum | Notizie sulla Tradizione | Zampogna | Concerti ed Eventi | Re.Na.Zam.I. | News e Comunicati Stampa | Proposte artistiche | Didattica | Mercatino Strumenti musicali | Discografia e Pubblicazioni | Museo | Archivio Sonoro | Musica antica | Download | Press | Siti consigliati | Contatti | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu