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Culto di S. Vito

Notizie sulla Tradizione

Il presente saggio è tratto da una delle svariate incursioni etnografiche che l'A., nato a Leonessa, ha condotto (per alcuni anni), e sta tuttora conducendo, sull'altipiano di Leonessa, in Provincia di Rieti, e in alcuni paesi dell'alta Sabina: un territorio che presenta la pressoché totale assenza di studi antropologici. Una di queste ultime incursioni ha portato l'A. nella frazione di San Vito di Leonessa alla ricerca di informazioni su un antico culto dei serpenti connesso a S. Vito. Una volta reperitele, mentre si apprestava ad ordinararle in uno scritto, l'A. ha appreso dell'iniziativa della Bollati Boringhieri di ristampare il volume di Alfonso Maria Di Nola "Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna", che ha per argomento principale il culto dei serpenti di S. Domenico di Cocullo, e nel quale si trova un breve riferimento al culto di S. Vito di Leonessa Ri; culto che il famoso studioso Partenopeo asserisce trattarsi di un semplice "fenomeno di diffusione del modello Cocullese". Stimolato da questa perentoria asserzione, l'A. ha provveduto alla stesura del presente articolo, cercando di proporre - in base ai risultati delle sue ricerche - una lettura meno "sbrigativa" e più complessa del fenomeno del culto dei serpenti di San Vito a Leonessa. Il presente saggio, pertanto, si propone a) di rendere noto tale culto presente fino agli '70; b) di approfondirne la genesi e le forme attraverso l'analisi della struttura mitco-concettuale e di alcuni dati storico-culturali documentati (ad esempio un documento relativo ad una visita Pastorale); c) di compararlo con il culto di S. Domenico, sottolineandone analogie, differenze e peculiarità; il tutto per arrivare, d) ad ipotizzarne la sua anteriorità.



IL CULTO DI SAN VITO E DEI SERPENTI NELL'OMONIMA FRAZIONE DI LEONESSA
Di Luigi Nicoli
L'altipiano di Leonessa è situato a 1000 metri di altitudine tra due contrafforti di monti tra Umbria ed Abruzzo. La fondazione del capoluogo risale al 1278 per interessamento di Carlo I d'Angiò ed avvenne attorno al Castello di Ripa nel quale confluirono gran parte degli abitanti degli altri castelli dell'altipiano.
Per la sua posizione strategica di confine fu un ponte su cui incorsero scambi commerciali, contaminazioni culturali ed incastri etnici. Leonessa fu sempre una città demaniale, con una struttura confederativa, e non feudale, godendo in tal modo di spiccata storica autonomia amministrativa. Autonomia che non fu scalfita neanche dall'infeudazione della città avvenuta, nel 1538, voluta da Carlo V come dote per sua figlia Margarita D'Austria per il suo matrimonio con Ottavio Farnese. Ma comunque, si trattò di un regime feudale blando che incoraggiò lo sviluppo dell'industria della lavorazione della lana fino a farne, con il suo relativo indotto di attività, il fulcro dell'economia del paese per più di un secolo. Verso la metà XVII sec. la città fu annessa alla Provincia dell'Aquila facente parte del Regno di Napoli, sotto la cui tutela rimase fino 1925; anno i cui fu inglobata nella nuova Provincia di Rieti.
Attualmente, il comune comprende 36 frazioni, conta 2800 abitanti e presenta un notevole flusso migratorio, verso la città, iniziato negli anni '30, proseguito negli anni '60 ed acuitosi a partire dagli anni '80 con la chiusura dell'industria della lavorazione del legno, Bosi. Il settore economico prevalente è il terziario, all'interno del quale spicca il turismo, essenzialmente di ritorno, accompagnato da una modesta attività agricola-zootecnica svolta soprattutto nelle frazioni. San Vito è una delle 36 di esse, nonché una delle più antiche, risalente alla dominazione longobarda: di Santus Vitus, infatti, si parla in documento del 952 secondo il quale il nucleo viene ceduto ad un certo Takeprando.
La frazione confina con la montagna di Santogna, tornata di recente proprietà della provincia dell'Aquila, è arroccata su di un'altura ai cui piedi si estende un'estesa vallata nella quale, secondo i sanvitani, si trovava il nucleo originario del paese. All'ingresso del paese gli abitanti hanno collocato, sulla facciata di un'abitazione, un bassorilievo raffigurante san Vito ed una targa contenete sue notizie biografiche, e su quella della bella fonte per l'abbeveraggio delle bestie una mattonella votiva dedicata al Santo. Il che la dice lunga sulla devozione ancora presente verso il santo, anche se oggi esperita dagli oriundi principalmente in chiave identitaria.
La chiesa è ubicata su di uno spiazzo nella parte alta del paese, e sul sagrato vi si trova effigiato un serpente, realizzato (nel 1979) con sampietrini di color chiaro. All'interno dell'edificio (mantenuto in ottimo stato) si trovano una statua lignea di san Vito con un cane, ed uno stendardo che rappresenta il Santo circondato dalle serpi (sec. XIII). Mentre nella tela della pala dell'altare maggiore è raffigurata una Madonna con sant'Antonio Abate e san Vito, soggetto che dimostra il rapporto speciale esperito dai i sanvitani nei confronti degli animali.
La festa del Santo attualmente è limitata ad una SS Messa celebrata la domenica seguente al 15 giugno, alla quale partecipano molti oriundi cantando l'Inno a san Vito che ha per contenuto episodi agiografici della vita del Santo.
D'inverno, nel paese, vi abitano un paio di famiglie, mentre d'estate si riempie di oriundi che tornano per trascorrervi le ferie.
Mi ci sono recato, nell'aprile del 2000, per fare alcune interviste sul culto di san Vito. Così, un'anziana signora mi ha riferito che il 15 giugno precedente, festa del Santo, aveva visto due serpi "prima salire, e poi sostare, dinnanzi alla porta chiusa della chiesa. Una volta, invece" - ha proseguito la donna con una certa nostalgia - "la porta era sempre aperta ed il giorno della festa le serpi, dopo che tutto l'inverno avevano dormito tra i sassi del muro esterno dell'abside, invadevano le strade del paese ed alcune di esse entravano in chiesa andandosi ad attorcigliarsi attorno alla statua del Santo. Perciò la festa veniva chiamata la festa de le serpi. Dopo la Messa, c'era la processione con la statua di S. Vito seguita dai serpari, con le serpi avvolte intorno al collo e sulle braccia, e dai devoti. A S. Vito erano tutti serpari, anche alcune donne, e le serpi venivano catturate durante la novena in onore del Santo Patrono."
Alla festa, che si è svolta fino agli anni '70, partecipavano molte persone, provenienti dai paesi vicini sia per devozione, sia per essere guarite dai morsi delle vipere e dei cani attraverso l'assunzione di pani benedetti dal sacerdote, sia per ottenere la guarigione degli animali morsicati. Questa era la formula, risalente al XVIII sec. della benedizione dei pani.
Benedictio Panis et Benedictio danda
iis qui aliquo venefico morsu afecti sunt,
invocanda intercessionem (sic) S. Viti.
Il ricorso alla benedizione non si limitava alla festa, ma aveva luogo ogni volta che se ne presentava la necessità: "Da diversi secoli tutti coloro che dalle mie parti hanno avuto la disgrazia di essere morsi da un cane malato o da una vipera, temendo per la loro salute, prima che alle cure del medico, sono ricorsi alla nostra chiesa per ottenere da san Vito quella benedizione che i ripetuti casi hanno dimostrato essere efficace".
Gli abitanti non avevano paura dei rettili poiché quelli che vivevano nel territorio ("quelli buoni") erano innocui "erano le serpi de san Vito" ed avevano una notevole familiarità con gli uomini: "Si lasciavano tranquillamente prendere anche dai bambini che ci giocavano, si intrufolavano nelle case, bevevano il latte dalle ciotoline che spesso i sanvitani apponevano fuori la porta di casa, e verso l'ora della mungitura entravano nelle stalle, dove i contadini le lasciavano bere da secchio del latte appena munto"
I serpenti si rifiutavano di abbandonare il paesino poiché secondo una credenza, che trovava un certo riscontro nella realtà (nella frazione vi sono sempre stati molti ofidi), "da secoli san Vito voleva che quelle creature così docili ed innocue restassero nel paese a testimonianza della sua paterna protezione, e quando le serpi venivano allontanate incominciavano a gonfiarsi e a soffiare."
Da qui quell'aurea di sacralità attribuita dagli abitanti del villaggio agli ofidi buoni, con il conseguente tabù della loro uccisione. Alle vipere, invece, come ai cani idrofobi il Santo "proibiva l'ingresso nel territorio del paese." (Troviamo qui espresso il concetto dell'immunità territoriale di cui parla anche il Di Nola in riferimento a Cocullo).
Tutto questo che sembrerebbe frutto dell'immaginazione popolare e della leggenda, trova, invece, conferma nella penna di un testimone "attendibile": il Vescovo di Rieti Quintarelli, che nella sua Sacra Visita alla frazione, nel 1908, cosi ebbe a scrivere.
"Questo villaggio è celebre per la devozione a S. Vito e vi affluisce gente da ogni parte, specialmente per essere sanati dai morsi dei cani idrofobi. Vi è di singolare che le serpi non mordono e praticano liberamente le case, ove nessuno le molesta e i bambini vi si divertono. Dimorano ordinariamente nei pressi della chiesa e nel giorno della festa del santo entrano in chiesa, salgono sull'altare e si attorcigliano attorno ai candelieri e alla statua del santo. Prima la chiesa era situata fuori del paese, poscia fatta nuova dentro il paese, anche le serpi, migrando dall'antica dimora, se ne vennero entro il paese nei pressi della chiesa."

Questo documento, oltre che fornire una conferma scritta ed attendibile alle testimonianze anche dal sottoscritto raccolte, è particolarmente importante per il riferimento all'antica chiesa ed alla costruzione della nuova all'interno del paese. In merito alla chiesa originaria va osservato che in un documento del 1252 si fa menzione di essa col titolo di Santus Vitus. L'edificio crollò a causa del disastroso terremoto del 1703. Nel documento citato il Vescovo afferma, inoltre, che le serpi si trasferirono dalla vecchia chiesa in quella nuova; il che porta alla conclusione che già nell'antica pieve si doveva celebrare un culto ofidico. Tale particolare già da solo porta prudentemente a congetturare un'anteriorità - o quanto meno una contemporaneità - del culto dei serpenti di S. Vito rispetto a quello di S. Domenico, fatto risalire dal Di Nola intorno al 1680. E ciò senza prendere in considerazione i documenti sopra citati del X e del XIII relativi rispettivamente al paese ed alla chiesa antica (documenti che lascerebbero inferire l'esistenza di un qualche culto a S. Vito, probabilmente di origine autoctona, che doveva affondare le radici su credenze precristiane).
Le ipotesi di cui sopra trovano conferma, a mio avviso, anche nella arcaicità di alcuni particolari della struttura mitico-concettuale del culto di S. Vito, assenti in quello di S. Domenico: mi riferisco soprattutto allo spontaneo attorcigliarsi dei serpenti sulla statua del Santo ed alla straordinaria "intimità" dei sanvitani con gli ofidi. Se fossero confermate anche da qualche altro documento, tali ipotesi scardinerebbero quella del Di Nola laddove, in riferimento a S. Vito di Leonessa, parla di "Un fenomeno di diffusione del modello Cocullese." .

Contesto culturale, similitudini e differenze
Il culto di San Vito dell'omonima frazione di Leonessa, con i relativi poteri antiidrofobi attribuiti al Santo, si inserisce in una serie di culti e rituali dedicati al Santo in diverse regioni italiane (Abruzzo, san Vito di Lanciano; Lazio, san Vito Romano, Sicilia, san Vito di Mazzara, ecc.), ma se ne differenzia per la presenza degli ofidi e dei serpari, i quali troviamo, invece, nel culto e nella festa di san Domenico a Cocullo (primo giovedì di maggio), unitamente ai poteri antiidrofobi. La struttura mitico-rituale del culto tributato a san Vito oltre queste due affinità ne presenta altre in comune con quella di san Domenico del paesino abruzzese (culto, quest'ultimo, per altro, non estraneo all'altipiano leonessano come testimoniano un affresco esterno nella frazione di Piedelpoggio del XIX sec. ed un dipinto, anni '40, in quella di Casanova): immunità territoriale; mansueficazione dei serpenti; i serpari, anche se a san Vito lo erano un po' tutti gli abitanti del paese; guarigioni dai morsi dei cani idrofobi attraverso i pani; stesso tipo di società agropastorale preindustriale senza formazioni di classi dovuta all'assenza di un forte accumulo di proprietà terriera; assenza nella vita dei due Santi di un episodio mitico di fondazione dei loro poteri terapeutici contro gli ofidi; medesima polivalenza di funzioni messa in atto in ambo le feste, che si presentano "Come esorcizzazione drammatizzata delle situazioni di male futuro, come psicodramma liberatorio spontaneo e collettivo, come celebrazione festiva corporativa dei serpari, come rito di fecondità -di cui il serpente ne è il simbolo".
Ma se notevoli sono le similitudini non poche e meno rilevanti sono le difformità. La prima concerne l'assenza nel modello cocullese di una testimonianza dell'alto clero circa i prodigi e le pratiche cultuali, che invece esiste, come si è visto sopra, per san Vito. La seconda riguarda l'identità del Santo stesso: a Cocullo san Domenico da Foligno, a san Vito, san Vito. Il primo nato a Foligno nel 951, fondò vari monasteri nell'Italia centrale, tra cui uno a Cocullo. Un episodio della sua biografia scritta da un seguace, narra che trasformò dei pesci in serpenti a dei monaci che li avevano trattenuti per loro anziché portarli in convento.
Il secondo nato a Mazzara del Vallo nella seconda metà del III sec. Durante le persecuzioni di Diocleziano era già famoso per numerosi miracoli. Fu fatto chiamare a Roma dall'imperatore per liberare il figlio indemoniato, e per tutta risposta Diocleziano ordinò la tortura del Santo perché non aveva sacrificato agli dei. Fu immerso nella pece bollente uscendone illeso, come illeso uscì dal confronto con un leone divenuto improvvisamente mansueto. Infine, fu appeso, in trazione, ad un cavalletto sul quale morì: era il 15 giugno del 303.
Altra differenza significativa è che mentre nel modello cocullese le serpi vengono apposte alla statua del santo dai serpari, nel modello leonessano - come accennato sopra - sono gli ofidi che spontaneamente vanno ad attorcigliarsi sulla statua del Santo.
Un'altra variante riguarda la formula della benedizione dei pani per la guarigione dei morsicati; elaborata, nella frazione di Leonessa, dal clero locale, nel tentativo di incanalare, nell'alveo della liturgia ufficiale, la pratica magico-religiosa.
Altra differenza è costituita dalla presenza delle donne nelle fila dei serpari e dal ruolo che questi svolgevano nella festa: non risulta che a san Vito costituissero una vera e propria casta, che si autocelebrava corporativamente nella festa come accade nel modello cocullese (Profeta). Nella frazione di Leonessa si trattava più di una forma fideistico-devozionale tradizionale - come risulta dalle interviste - nella quale la l'esibizionismo dei serpari aveva anche lo scopo, non dichiarato, di riscattare il sentimento di inferiorità degli appartenenti al ceto agropastorale, nei confronti degli altri ceti sociali, soprattutto del capoluogo. Da segnalare, infine, la presenza femminile non ravvisata a Cocullo.

Antecedenti e conclusioni
Per quanto, invece, attiene alla probabile ascendenza Marsa dei serpari valgono le medesime osservazioni del Di Nola. Nell'altipiano di Leonessa, infatti, è sempre stata presente una nutrito insediamento di abruzzesi, come risulta dai cognomi e da diversi influssi culturali.
I serpari abruzzesi si dichiarano discendenti dei Marsi, i quali, come riferiscono alcuni classici, Plinio, Strabone ecc., erano famosi per essere grandi manipolatori, incantatori di serpenti e guaritori dei loro morsi. Per ottenere la guarigione usavano formule magiche unitamente al succhiamento del sangue sul morso e all'applicazione di erbe e dell'olio ferrato, ottenuto ponendo un ferro rovente nell'olio (terapia quest'ultima molto praticata nel leonessano). Affermavano di trarre i loro poteri magico-terapeutici dal loro "eroe culturale" Marso, al quale la dea Angizia, uno dei tanti topoi della "Signora degli animali" (raffigurata con due serpenti nella mano sinistra, in una statuetta femminile, lungovestita, rinvenuta nel lago del Fucino negli anni '30 da un archeologo francese), aveva insegnato i rimedi contro i morsi, e la mansueficazione degli ofidi.
L'ascendenza Marsa è ulteriormente comprovata dalla presenza dei serpenti soltanto nei culti dell'area culturale abruzzese (compreso san Vito di Leonessa), mentre sono assenti negli altri luoghi del culto sia di san Domenico (Foligno e Sora), che di san Vito.
Il culto dei serpenti era presente anche nella religione dell'antica Grecia dove venivano venerati nei templi di. Zeus, di Apollo e di Asceplio. Qui erano tenuti dei serpenti sacri alimentati da sacerdotesse vergini. E' probabile che i rituali greci ed abruzzesi, relativi ai serpenti, affondino le loro radici più remote in un noto prototipo di cultualità indoeuropea, documentato, in India ed in Tibet nel culto dei Naga. In tal modo il modello cocullese e sanvitiano si presenterebbero come residui locali di fenomeni culturali assai più vasti.
Va detto, inoltre, che il culto dei serpenti esiste tutt'ora anche in numerose culture di interesse etnologico (in Africa, Tanzania, ed in America presso i pellerossa), dove la manipolazione degli ofidi e l'immunità ai loro morsi presuppone delle virtù sciamaniche.
Il passaggio dal mito di Angizia al culto di san Domenico e di san Vito non fu un semplice processo automatico di cristianizzazione della divinità Italica; vi fu tutto un susseguirsi passaggi, di stratificazioni, di acculturazioni che progressivamente sfociarono nel modello abruzzese. Un ruolo fondamentale fu svolto dalla Chiesa con l'immissione nel XIII-XIV sec, nella liturgia ufficiale, di alcuni Santi protettori-liberatori (dall'emicrania, dai fulmini, dal mal di gola, dal mal caduco, dai pericoli del parto, dai morsi), tra i quali troviamo anche san Vito e san Domenico. Tali figure funsero da intermediari tra la Teologia ufficiale - troppo distante dai problemi quotidiani dei volghi - e la religiosità popolare, intrisa di elementi pagani: si trattò, quindi, di un aspetto di quel processo di obliterazione (mantenimento di certe forme rituali pagane, previo il mutamento del loro significato) dei culti pagani, che caratterizzò la politica della Chiesa durante il Medioevo.
Tutto quanto detto finora porta alla conclusione che l'attribuzione ofidica a S. Vito, nella frazione del leonessano, vi fu probabilmente introdotta tra il XVI e il XVII sec. da una colonia di abruzzesi che trovò naturale conferire al culto di S. Vito alcune caratteristiche superstiti della tradizione Marsa, quali la manipolazione dei serpenti, la guarigione dai loro morsi e da quella dei cani idrofobi. Tuttavia, non è da escludere neanche l'ipotesi della presenza di un culto dei serpenti autoctono precristiano di matrice longobarda (come si può inferire dall'origine del villaggio leonessano; dal fatto che il serpente compare in alcune leggende come custode di un tesoro sepolto e dall'uso, nella medicina popolare, della muta della pelle primaverile per curare i reumatismi); così come non è da escludere la successiva sovrapposizione del culto di S. Domenico su quello di S. Vito di Leonessa.
Il clero locale non osteggiò questi residui pagani, ma cercò di incanalarli nell'alveo della liturgia ufficiale, con il risultato di una dicotomizzazione del culto: da un lato quello pubblico straordinario con la festa, con la processione, con i pani benedetti e la benedizione terapeutica contro i morsi; dall'altro il culto privato, popolare, quotidiano, costituito essenzialmente dal rapporto confidenziale del sanvitani con i serpenti. In ciò un ruolo rilevante ebbe anche l'ambiente naturale della frazione: con le sue valli, infatti, le sue fonti e i suoi pascoli costituiva un habitat ideale per gli ofidi, la cui cospicua presenza è stata confermata da tutti gli intervistati.

Luigi Nicoli

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