Sito Ufficiale di Alessandro Mazziotti - La Zampogna Italiana  
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GLI STRUMENTI A FIATO


La tibia fu uno strumento largamente presente nella musica latina, etrusca e greco-romana, con moltissime attestazioni iconografiche precise e, numerosi reperti archeologici.
L'origine dello strumento è più antica della musica greca e romana, infatti già nelle civiltà preelleniche è attestata dall'iconografia una prevalenza di strumenti a fiato con due canne. I latini recepirono certamente la tibia dagli etruschi e quindi il problema dell'origine dello strumento sul suolo italiano è legato a quello, non risolto, dell'origine di questo popolo insediatosi in Italia all'inizio del I millennio a.C.. La caratteristica della tibia etrusco-latina è quella di avere una cameratura conica, come documentano i vari dipinti e rilievi.

SUONATORI DI TIBIAE ETRUSCHE

 
Canne di lunghezza uguale con capistrum   Canne coniche di lunghezza uguale

Pittura romana raffigurante una doppia tibia
latina con ance doppie e cameratura conica

 


TIBIAE DI POMPEI

Ognuna delle due canne (bombyx) nell'età più antica aveva quattro fori (trypémata); Diodoro di Tebe ne accrebbe il numero e Pronomio, anch'egli di Tebe, maestro di Alcibiade, per primo riuscì a suonare lo stesso strumento in tutte le harmoniai aumentando ulteriormente il numero dei fori e di conseguenza dotando lo strumento di chiavi - anelli di metallo per mezzo dei quali si poteva chiudere ogni foro - che consentissero all'auleta di variare l'accordatura secondo le esigenze dell'esecuzione.In alcuni esemplari di Ercolano e Pompei il numero dei fori arriva a quindici, ma ne esistono anche fino a ventiquattro fori.

Pausania (Periegesis, IX, 12) ci offre delle informazioni molto precise su Pronomio (che sarebbe nato nel 475 a.C. : "Per lungo tempo era stata pratica dei suonatori di aulòs possedere tre strumenti. Su uno suonavano in modo dorico, su un altro suonavano in modo frigio mentre il modo, noto come lidio, era suonato su un altro strumento ancora. Pronomio fu il primo a creare uno strumento adatto per i tre modi e il primo a suonare melodie in modi differenti sul medesimo aulòs".
La tibia (aulòs) era uno strumento ad ancia (greco: glottis, latino: ligula), inserite in una strozzatura (zeugos) che collegava il bocchino a due rigonfiamenti (holmoi) della canna; tra questi e la canna c'era un'altra strozzatura (hyphòlmion). E' dunque un errore rendere aulòs con "flauto", come di solito si fa: lo strumento moderno più simile all'antico aulòs è l'oboe.
L'imboccatura era facilitata dalla phorbeià (lat. capistrum), una specie di bavaglio di pelle con due fori nei quali si infilavano i due bocchini e che serviva probabilmente sia per facilitare l'immissione del fiato nelle due canne comprimendo le guance dell'auleta, sia per lasciare libera mobilità alle mani del suonatore.

 

 
Suonatore con phorbèia   Suonatrice senza phorbèia con conseguente gonfiamento
delle guance (anfora del Museo di Toronto)



 

La lunghezza delle due canne poteva essere uguale o diversa: nel primo caso si parlava di tibiae sarranae o pares, o fenicie le quali avevano anche i fori in posizione identica; nel secondo caso si trattava invece delle tibiae impares o frigie che prevedevano anche una disposizione dei fori ad altezza diversa in ognuna delle canne.
Per suonare questi strumenti era necessaria una grande estensione della mano, come si vede anche nelle pitture vascolari, che ci mostrano come il dito mignolo fosse occupato, la maggior parte del tempo, a reggere dalla parte inferiore la canna.
Non è documentato l'uso della respirazione circolare (particolare tecnica che permette di emettere un flusso d'aria continuo), forse per alcune raffigurazioni di strumenti ellenici, è ipotizzabile, ma sicuramente da escludere per gli strumenti latini, altrimenti sarebbe stata inutile l' applicazione dell'otre animale come riserva d'aria.
Probabilmente, come avviene ancora oggi, si usavano ambedue le tecniche.

 

Suonatore di Tibiae. Tomba etrusca di Tarquinia (V sec. a.C.)


 
A Roma l'industria di questi strumenti era affidata ai tibiarii e, almeno in un caso è attestato che il tibicen era anche l'artifex dello strumento. Pare che oltre all'avorio il materiale più usato per la costruzione delle tibiae fosse il legno di bosso.Nel XVI libro della Naturalis Historia - dedicato agli alberi selvatici - Plinio parla diffusamente del tipo di canna e del legno più adatto per la costruzione delle tibiae.Anche le tibiae etrusche, prosegue Plinio, usate per i sacrifici religiosi (tibiae sacrificae) si facevano in legno di bosso, quelle per gli spettacoli (tibiae ludicrae) in legno di loto, osso d'asino o anche d'argento.
 

Zampogna romana.Incisione di V. Turati su disegno di R. Battera. 1892 ca.

 

Tibiae conservate presso il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma

 

Gli aulòi (il termine non deve confondere, si tratta di strumenti ad ancia) greci si distinguevano secondo l'altezza dei suoni che potevano produrre: gli aulòi di intonazione grave, i téleioi e gli hypertéleioi, accompagnavano i canti dei cori virili; i katharistérioi erano accordati per unirsi al suono della cetra nella synaulia; i parthénioi e i paidikòi suonavano all'ottava più alta per adeguarsi all'intonazione dei cori femminili e puerili. C'erano anche gli aulòi di intonazione e accordatura particolare per accompagnare determinate forme di esecuzione corale : l'àulema gamélion, nuziale, era intonato da due aulòi che suonavano all'ottava, l'aulòs più grave per lo sposo e il più acuto per la sposa; gli aulòi paròinioi, piccoli e di suono acuto, erano suonati nei simposii, gli spondeiakòi, "delle libagioni", accompagnavano gli inni, i pythikòi i peani, ma essi erano usati anche per suonare il nomos Pitico; gli aulòi chorikòi accompagnavano i ditirambi, i paràtretoi (gli aulòi "forati di fianco"), dal suono acuto, i threnoi. Il carattere estatico e sconvolgente dei bòmbykes li rendeva adatti alle cerimonie orgiastiche, mentre gli embatérioi e i daktylikòi erano gli strumenti per i prosodii e per gli iporchemi.
Tutti questi tipi di aulòs si distinguevano solo per la disposizione dei fori e quindi per l'accordatura: la forma e la struttura degli strumenti era sempre la stessa. Polluce (Onom.IV,82) osserva che "alcuni dicono che questi non sono tipi (eide) di aulòi, ma di melodie":in realtà ogni strumento doveva corrispondere ad un particolare canto.
Come già accennato poc'anzi, nel Lazio latino, esistevano tibiae ad ance doppie e tibiae ad ance semplici, sia con taglio della linguetta rivolto in alto sia con il taglio verso il basso, anche se da alcune fonti nasce la convinzione della prevalenza delle ance doppie sugli strumenti di tradizione italica, l'ancia semplice rimane comunque legata alla presenza dei doppi clarinetti sparsi dai Balcani al Mediterraneo, e maggiormente presenti già nell'antichità in area ellenica più che in area italica, come dimostra la fonte iconografica.

La cameratura dello strumento poteva essere sia cilindrica che conica (quest'ultima attestata più frequentemente nell'iconografia etrusca); le canne potevano essere uguali o disuguali, a volte erano disuguali per l'aggiunta di un padiglione di corno ad una delle canne (tibiae phrygiae).

Tibiae frygiae. Due canne, entrambe coniche


Già al tempo della Roma imperiale era presente, anche se con ruolo marginale, uno strumento ad ancia munito di sacco come riserva d'aria. A questo proposito giova ricordare che uno dei testi più antichi (anche se non del tutto certi come datazione e paternità) descrive una siriana quale suonatrice di uno strumento per il quale lo "scuotimento" del braccio contribuisce alla tecnica di esecuzione : "Copa Syrisca, caput Graeca redimita mitella, Crispum sub crotalo docta movere latus, ebria formosa saltat lasciva taberna, ad cubitum raucos excutiens calamos."Si tratta dei primi versi di un componimento un tempo attribuito al giovane Virgilio, la Copa Syrisca, e che oggi si ritiene certamente scritto da altri, anche se comunque in epoca prossima a quella del poeta mantovano.

 


Figurina in bronzo trovata a Richborough, Kent, sotto le fondamenta del sacello romano, raffigurante un soldato romano con una zampogna.
 
Lo stesso Nerone era un suonatore di zampogna, secondo quanto riferisce lo storico latino Gaio Svetonio Tranquillo (70 ca.-140 ca.) nel De vita Caesarum : "Sub exitu quidam vitae palam voverat, si sibi incolumis flatus permansisset, proditorum se partae victoriae ludis etiam hydraulum et choraulum et utricularium…". Verso la fine della sua vita egli aveva pubblicamente promesso che se avesse potuto conservare l'Impero, nei giochi per celebrare la sua vittoria si sarebbe esibito in una esecuzione sull'organo idraulico, con la choraula e "l'utriculus"; con quest'ultimo termine si indica un otre di pelle animale, in sostanza una zampogna. Un altro coevo di Svetonio, Dione Crisòstomo (40 ca.- dopo il 112), sempre di Nerone afferma : "Sapeva come sonare la canna e come comprimere col braccio"

 

 


 

L'utriculus latino, molto probabilmente deriva dall'applicazione di una sacca ad una tibia con canne disuguali (tibiae impares o frige), da cui certamente discende la zampogna laziale.
Tuttavia non tutte le zampogne a chanters divisi dell'Italia meridionale e della Sicilia derivano dall'utriculus. La derivazione dallo strumento latino è ipotizzabile certamente per le zampogne del gruppo delle "zoppe"(Italia centro-meridionale) e per quello delle zampogne "a chiave"che è la modernizzazione del tipo "zoppo", ma non per le altre zampogne italiane, che sicuramente hanno rapporti diretti e indiretti, pur con influenze dei tipi "latini", con i doppi clarinetti mediterranei.
Riguardo all'uso militare dell' utriculus, lo storico Procopio di Cesarea, descrive nella Storia delle guerre di Giustiniano, l'uso di "strumenti musicali fatti di cuoio e legni sottili" utriculus da parte dell'esercito romano-bizantino nelle battaglie contro i Goti (VI sec.).
Nel 1736, Francesco de' Ficoroni, nel volume Le maschere sceniche e le figure comiche d'antichi Romani (stampato a Roma), descrive e fa stampare l'illustrazione d'una corniola d'epoca latina raffigurante un saltatore (danzatore) nudo, con in mano uno strumento molto simile a un utriculus. De' Ficoroni afferma che l'immagine è stata "delineata fedelmente da gemma incisa signatoria" della sua raccolta.

Mentre nel 1742, Francesco Bianchini, stampa nel De tribus generibus instrumentorum musicae, delle raffigurazioni di due presunte zampogne romane. Una, con due canne fornite di campane e tre fori digitabili impiantate probabilmente in un unico blocco frontale. L'altra, con una canna modulabile frontale con tre fori, e due bordoni impiantati separatamente da posizionarsi probabilmente sulla spalla del suonatore.

 

Discendenza dall'utriculus (e dalle tibiae impares) :
- canne di lunghezza disuguale
- cameratura conica
- ance doppie
- Zampogne tipo "zoppo" e "a chiave"

Discendenza dal doppio clarinetto (orientale e mediterraneo) :
- canne di lunghezza uguale
- cameratura cilindrica o leggermente conica
- ance semplici
- Zampogne tipo "a paro" e "surdulina"

Se volgiamo l'attenzione alla distribuzione geografica dei due tipi vediamo come il secondo (doppio clarinetto) sia presente in aree meridionali di forte influenza greca (Calabria e Sicilia orientale) o di insediamenti balcanici (colonie italo-albanesi di Calabria e Basilicata), mentre gli strumenti del primo tipo (utriculus) appaiono concentrati in area centro-meridionale, di cultura "latina".
Polluce descrive anche altri aulòi diversi nella forma: si tratta per lo più di aulòi singoli o fistulae come l'aulòs plàgios, "traverso" che proveniva dalla Libia; l'hippophorbòs dal suono acuto ed usato dai nomadi allevatori di cavalli; il mònaulos di origine egiziana usato nei canti nuziali; Il mònaulos frigio destinato ad accompagnare le lamentazioni funebri; il gingras, piccolo strumento fenicio legato al culto di Adone e di Cibele.
Gli Sciti, gli Androfagi, i Melanchlainoi e gli Arimaspi fabbricavano strumenti a fiato con ossa di aquile e di avvoltoi; altri tipi di aulòs sono i polyphthongoi, dei quali la tradizione attribuiva l'invenzione ad Osiride, i mesòkopoi "di media grossezza", i pyknòi, i dìopoi "a due fori", gli hemìopoi "a tre fori", gli hypòpteroi "alati", gli idouthoi.
Del tutto diversi dall'aulòs come struttura sono altri aerofoni che ebbero anch'essi una notevole diffusione nel mondo antico.In primo luogo la syrinx, costruita da una serie di zufoli di intonazione decrescente legati fra loro: i Greci ne attribuivano l'invenzione al dio Pan.La syrinx costituì il punto di partenza per la fabbricazione dell'unico strumento musicale dell'antichità a funzionamento meccanico, l'hydraulis, o tyrrhenòs aulòs, formato appunto da una syrinx capovolta nella quale l'aria veniva immessa dal basso nelle canne per mezzo di un meccanismo che utilizzava la pressione dell'acqua. L'invenzione di questo strumento è attribuita a Ktesibios, un barbiere di Alessandria del III sec. a.C., e ci sono state tramandate descrizioni nei Pneumatikà di Erone (I,42) e nel De architectura di Vitruvio (X,8): abbiamo anche numerose raffigurazioni pittoriche e plastiche, alcuni frammenti di canne ritrovati a Pompei e i resti di un piccolo strumento del 228 d.C. che sono conservati nel Museo di Aquincum presso Budapest.
Altri strumenti furono i kérata, corni (fabbricati con corna bovine); le sàlpinges o tube, trombe dritte di origine etrusca, di notevole lunghezza - un esemplare d'avorio conservato nel Museum of Fine Art di Boston misura m. 1,57 - fabbricate generalmente in bronzo, con un padiglione abbastanza ampio e un bocchino simile a quelli a tazza degli odierni ottoni; i kochloi, ricavati da grosse conchiglie.
In età romana alla salpinx (lat. tuba) bronzea si aggiungono altri tipi di trombe militari, anch'esse metalliche, come il lituus dal suono acuto, un tubo sottile e diritto, dal padiglione ripiegato verso l'alto, strumento della cavalleria, il cornu (tromba naturale ottenuta dai corni bovini), la bucina dal canneggio lungo tre metri, curvato in circolo, con una traversa di legno come diametro, che serviva per l'appoggio sulla spalla del suonatore, e con un padiglione conico rivolto in avanti: anche questi strumenti furono talvolta usati in concerti con grandi masse corali.
Fra gli aerofoni deve infine essere classificato anche il rhombos, un bastone o una tavoletta, legati a una funicella, fatti roteare nell'aria : il suono che si avvertiva, quando la roteazione era piuttosto lenta, era simile al muggito di un bue.



Fonti, bibliografia e approfondimenti :
"Vita e costumi dei romani antichi" n.13, Musica e Danza di Maria Paola Guidobaldi Ed. Quasar.
"Le Zampogne in Italia" di F. Guizzi, R. Leydi Ed. Ricordi
"Storia di uno strumento musicale"di M. Gioielli in "Utriculus" n.4 Dicembre 1999

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