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APPUNTI SULLA STORIA DELLA MUSICA NEL LAZIO ANTICO


Fin dall' VIII secolo a.C., i popoli latini ebbero contatti frequentissimi con la cultura greca, come provano i ritrovamenti di ceramiche submicenee, protocorinzie e geometriche, in diverse località della regione.
La civiltà greca penetrò nell'Italia centrale quanto quella Etrusca che esercitò una influenza determinante sulla formazione delle istituzioni civili e religiose.
"…Con i Greci, con i Fenici, così come con gli Etruschi e le popolazioni italiche dell'interno, i Latini scambiarono nel commercio i prodotti derivati dalle coltivazioni e dall'allevamento specializzato : grano, olio, vino, lana, pellami, bestiame, legno, sale ". (Quilici L. "Roma primitiva e le origini della civiltà laziale" Roma '79).
L'area centrale italica, formata da Etruria, Lazio e Campania, costituì una regione sempre più attraente, per le genti dell'Appennino (Equi, Ernici, Volsci) che conoscevano ed utilizzavano, da secoli, le pianure costiere del Tirreno per la transumanza di pecore e capre.
Nel corso del III secolo a.C. si accentuò l'influenza della cultura greca nell'ambiente romano per i contatti sempre più frequenti che Roma stabilì con l'Italia meridionale soprattutto dopo la vittoria su Taranto e la prima guerra punica.
Nel Lazio si svilupparono forme di canto rituale, monodico e corale, ma delle antiche forme musicali non è conservata nessuna testimonianza, né diretta né indiretta; ci rimangono solo alcuni frammenti di testi cantati e delle indicazioni abbastanza vaghe sui modi di esecuzione dei canti: perlopiù carmi sacrali (Carmen Fratrum Arvalium, Carmen Saliare) che si facevano risalire al tempo dei primi re di Roma, canti conviviali di argomento epico-storico (carmina convivalia) accompagnati dalla tibia (strumento corrispondente all'aulòs dei Greci), canti in onore dei generali vittoriosi (carmina triumphalia), lamentazioni funebri (neniae).
Gli spettacoli teatrali fino al IV secolo a.C. ebbero le caratteristiche proprie delle manifestazioni drammatiche di tutte le popolazioni primitive: la loro ricorrenza era determinata dal ritmo dei lavori agricoli, avevano motivazioni rituali e si fondavano sull'improvvisazione.
Il canto e la danza accompagnavano le battute scherzose e spesso mordaci che gli attori scambiavano con gli spettatori (Fescennini); si rappresentavano anche farse paesane (Atellane) che lasciavano la più ampia libertà di improvvisazione ai protagonisti. Nel 364 a.C. furono istituiti in Roma ludi scenici per far cessare una pestilenza che affliggeva la città: attori etruschi (ludiones) danzarono accompagnati dal suono della tibia. Essi vennero imitati dai giovani romani, che aggiunsero alla danza un canto aritmicamente variato sull'aria intonata dal tibicen (suonatore di tibiae): furono denominati histriones da ister che presso gli Etruschi indicava il danzatore; le loro composizioni furono chiamate saturae (Liv. VII, 2, 3 sgg.).
Questi generi di spettacolo improvvisato furono popolari in Roma fino alla metà del III secolo a.C. quando l'occupazione dell'Italia meridionale e della Sicilia, dopo la prima guerra punica, portò i Romani a contatto diretto e continuo con le manifestazioni teatrali dei Greci: alle forme tradizionali di spettacolo si sostituirono rappresentazioni di tragedie e commedie in latino, i cui schemi ed argomenti erano però ripresi dal repertorio classico greco, soprattutto da Euripide e dai poeti della Commedia nuova come Menandro, Difilo e Filemone.
Il repertorio teatrale greco era conosciuto in Italia soprattutto attraverso le rappresentazioni degli artisti dionisiaci, che avevano costituito compagnie anche nelle principali città della Magna Grecia, ma i loro copioni, non rispettavano le strutture originali, sui quali essi intervenivano con tagli, trasposizioni, sostituzioni di interi passi con altri ripresi da opere diverse.
L'accompagnamento dei canti era affidato alle tibiae, il doppio aulòs. Le didascalie delle commedie di Terenzio indicano per ciascuna di esse il particolare tipo di strumento impiegato: le tibiae pares di eguale lunghezza, le tibiae impares di diversa lunghezza, le tibiae sarranae o fenicie, aulòi orientali; vi è pure citato il nome del tibicen, che era anche l'autore delle musiche.

Va ricordato che la musica dei Greci e dei Romani si espresse esclusivamente attraverso la melodia, il canto cioè aveva un accompagnamento musicale che lo seguiva all'unisono o con un intervallo di un'ottava e soltanto, a partire dal IV secolo a.C., sono attestati accompagnamenti ad intervallo di quarta o di quinta.
Purtroppo di tutte le melodie del teatro latino non è rimasto nulla, né ci sono state tramandate indicazioni sul loro carattere: solo Cicerone (Leg. II, 15, 39), a proposito della musica di Livio Andronico e Nevio, parla di iucunda severitas, di un'austerità non priva di piacevolezza.
Gli antichi non ebbero mai la possibilità di stabilire un suono-base che potesse servire come punto di riferimento per l'intonazione di tutti gli altri suoni, come è il la di 440 Hz per la nostra musica: è per questo che tutta la loro teoria musicale non si fondò sui suoni in assoluto ma sugli intervalli, cioè sulle differenze di altezza tra i diversi suoni.
La musica antica si fondava sul tetracordo, cioè su un sistema di quattro note congiunte comprese in un intervallo di una quarta (due toni e mezzo).La posizione delle due note mobili intermedie variava a seconda del genere, il quale poteva essere diatonico, cromatico, enarmonico. Due tetracordi si dicono congiunti se la quarta nota del primo tetracordo si identifica con la prima del secondo, disgiunti se tra le due note c'è l'intervallo di un tono; l'associazione di due tetracordi disgiunti forma un'ottava. Nel genere diatonico la disposizione degli intervalli all'interno di un tetracordo è dall'alto in basso la seguente : un tono, un tono, un semitono (la-sol-fa-mi); abbassando di un semitono il secondo suono del tetracordo si ottiene il genere cromatico : un tono e mezzo, un semitono, un semitono (la-sol bemolle-fa-mi); infine, se gli intervalli sono di due toni, un quarto di tono, un quarto di tono (la- fa, che rappresenta un sol doppio bemolle, fa minore-mi) il genere sarà enarmonico. In età ellenistica e romana il genere più diffuso sarà quello diatonico in quanto il più naturale per la voce.


Nel I secolo a.C., il mimo, farsa burlesca, vedeva impegnato sulla scena un' attore che attraverso la parola, il gesto e talvolta anche la danza accompagnata dalla tibia interpretava realisticamente una vicenda quotidiana o un argomento mitologico. Il pantomimo, creato nel 22 a.C. da Pilade di Cilicia (Hieron.,Chron. XXVII, p. 437 Migne), consisteva nella realizzazione mimico-orchestrica di scene di argomento mitologico o storico da parte di danzatori solisti, mentre l'accompagnamento musicale era affidato al coro e a un'orchestra formata da tibie, cetre, zampogne, strumenti a percussione che segnavano il tempo, come gli scabella, che si battevano con i piedi, e i cimbali (cfr. Luc., De saltat., v. 68;Ovid., Remed. Amor., vv. 753-756).
Frequenti erano anche i concerti nei quali si esibivano imponenti masse corali e grandi orchestre come quelle dei pantomimi, spesso rinforzate anche dagli strumenti della musica militare (tuba, lituus, bucina, cornu : cfr. Sen., Ep. 84); in altre occasioni veniva impiegato anche l'organo idraulico o qualche altro strumento un po' particolare come la cetra "grossa come un carro" di cui parla Ammiano Marcellino (Hist. XIV, 6, 18, I p. 21 Gardthausen).
In epoca imperiale affluirono a Roma un gran numero di artisti, musicisti, danzatori provenienti da tutte le parti dell'Impero (Grecia, Egitto, Siria, Spagna), che insieme con la massiccia immigrazione di provinciali e schiavi, contaminarono profondamente la società, determinando un ambiente musicale molto composito.


Mosaico con mimi: due scabellarii suonano la doppia tibia scandendo il tempo per i danzatori, che ballano accompagnandosi con i crotali (Roma, Musei Vaticani; Roma, Museo della civilttà romana)



Come reazione a questo inquinamento, alcuni imperatori tentarono di ridare lustro ai generi solistici di antica tradizione come la citarodia e la citaristica. Nerone, allievo del greco Terpno, istituì agoni musicali (Neronia) e partecipò egli stesso a competizioni citarodiche in Italia e in Grecia (Suet., Nero 20 sgg.), a Napoli si esibì reclutando cinquemila plebei molto robusti perché lo sostenessero mentre cantava, non senza averli prima istruiti sui diversi tipi di applauso da eseguire; Vespasiano, per la riapertura del Teatro di Marcello, scritturò il tragodòs Apollinare e i citaredi Terno e Diodoro, ai quali pagò compensi molto elevati; Adriano, che si vantava della sua abilità di citarodo e di cantore favorì gli studi musicali.
L'imperatore Carino organizzò nel 284 un concerto con cento suonatori di tromba, cento suonatori di corno e duecento tibicini (Vita Carini 19, 2, II p. 246 Hohl). Altri imperatori amanti della musica furono Caligola, Commodo, Eliogabalo, Domiziano ed Alessandro Severo.

Corteo dei cornicines in una scena della Colonna Traiana
(Roma, Museo della Civiltà Romana)


Contemporaneamente alle celebrità del mondo antico, viveva la schiera degli ambulanti che per teatro avevano le strade e le piazze e per pubblico la gente di passaggio e gli artigiani della strada, che alla fine dell'esibizione lasciavano il loro modesto e spontaneo compenso. Gli ambulanti antichi si chiamavano circulatores, perché la gente si disponeva in cerchio attorno a loro; essi imitavano i versi degli animali, scimmiottavano gli artigiani ed i personaggi famosi. C'erano poi i praestigiatores, gli indovini ed i funamboli che camminavano su una corda aiutandosi talvolta con un bilanciere per restare in equilibrio. In un affresco di Ercolano sono ritratti dei satiri che eseguono una danza bacchica su una corda, suonando la lira e la doppia tibia.
Accanto alle manifestazioni della musica profana si affermarono a Roma e nel Lazio, anche le espressioni musicali collegate ai culti di divinità straniere: durante le cerimonie rituali in onore di Cibele si eseguivano melodie di origine frigia accompagnate dal suono degli élymoi, aulòi di lunghezza diversa, uno dei quali terminava con un padiglione ricurvo all'indietro, e ritmate dai cimbali e dai timpani; gli stessi strumenti erano usati nei riti dionisiaci, i Bacchanalia. Il culto di Iside, che si diffuse soprattutto dopo la conquista dell'Egitto (31 a.C.), fece conoscere ai Romani, oltre alle melodie e alle danze della valle del Nilo, anche il "sistro", uno strumento formato da lamine metalliche che tintinnavano agitate dai sacerdoti.

Pittura di Ercolano conservata a Monaco, raffigurante un rito bacchico; da sinistra a destragli strumenti utilizzati sono : doppia tibia, crotali, cembalo, lira, scabillum.


Fu in questo ambiente culturale così vario che si formò nel I-II secolo il primo nucleo dei canti cristiani. I primi fedeli che costituirono la Chiesa di Roma erano ebrei, e nella salmodia ebraica si individua uno degli elementi fondamentali delle primitive espressioni musicali cristiane.
Ma la contrapposizione ideologica tra cristiani e pagani, che portò alla repressione violenta dei cristiani, e che costrinse la Chiesa per quasi tre secoli a crescere nella clandestinità, condizionò anche la musica del culto, imponendole di assumere forme autonome che la differenziassero dalla musica profana, nei confronti della quale i primi scrittori cristiani sono duramente critici.
Nel 313 Costantino concesse ai cristiani la libertà di culto e più tardi Teodosio fece del Cristianesimo la religione ufficiale dello Stato. Il canto liturgico si adeguò alle nuove condizioni di apertura verso gruppi sempre più numerosi di fedeli: per soddisfare l'esigenza di una partecipazione corale al rito, accanto alla salmodia solistica e al canto responsoriale, nel quale il popolo rispondeva con una breve sequenza finale alla melodia del solista, si introdusse nella liturgia cristiana anche il canto antifonale, eseguito da tutti i fedeli divisi in due semicori. Questi modi di esecuzione vocale costituirono i punti di partenza per la successiva evoluzione delle forme musicali nel Medioevo: alla caduta dell'Impero d'Occidente, solo la musica della Chiesa si salvò dall'offuscamento e dalla scomparsa della tradizione musicale classica e fu in grado di fornire un contributo determinante alla formazione delle nuove culture musicali nazionali.
Si concluse così il ciclo della civiltà musicale greca e romana, un ciclo che perdurò più di un millennio. Della musica antica non rimase più nulla. Solo le testimonianze letterarie e gli scritti dei teorici possono ancora documentare ciò che il fenomeno musicale rappresentò nel mondo antico.


Fonti, bibliografia e approfondimenti : "Vita e costumi dei romani antichi" n.13, Musica e Danza di Maria Paola Guidobaldi Ed. Quasar. Choreola n. 7-8 Ed. Taranta.

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