La più importante festa latina, nota come Feriae Latinae, si svolgeva in onore di Giove Laziale, in cima al monte Albano (monte Cavo). Giove laziale era venerato all'aria aperta (non esisteva un tempio) dai popoli delle città latine, i quali salivano in processione, sulla cima del monte, dove sacrificavano un toro bianco e puro, le cui viscere venivano bruciate e le carni venivano divise frà i rappresentanti delle comunità latine. Durante tutto il percorso della festa, venivano sospese tutte le guerre, e durante la salita sul monte, si suonava e si ballava la saltatio, dimenticando ogni rivalità od odio in un clima di generale fratellanza. "Le città partecipanti portavano agnelli, formaggi, latte ed altri cibi del genere" (Dionisio di Alicarnasso, 4.49). Quando le Feriae Latinae terminavano, al tramonto, veniva acceso un'enorme falò sulla vetta di monte Cavo.
LA SALTATIO LATINA
La "saltatio" era il ballo più diffuso tra i latini, infatti nella lingua latina "saltationes" e "saltare" hanno ampliato il loro significato fino ad intendere "balli" e "ballare". Mentre la chorea era un ballo tondo nel quale i danzatori si prendevano per mano e ballavano con andamento lento e cadenzato. Anche la "cantilena" (parola latina composta da "cantio lenis", "canzone lene" dalla cadenza lenta e dalla melodia monotona e semplice), era un canto latino per il ballo tondo. Altri canti destinati alla danza, si riscontrano sin dalle origini della letteratura latina, come i carmina saliaria e il carmen arvale, così come l'uso di danzare cantando era presente fra tutte le popolazioni italiche pre-romane. Per tradizione gli Etruschi erano molto amanti della danza, la cui particolarità erano i movimenti vivaci che ben si accordavano al loro carattere esuberante. Fra le immagini delle tombe vi sono varie raffigurazioni in cui tutti danzano, anche i suonatori. In tutte le immagini la danza si sviluppa e si conclude con il salto. Completamente fuori da questa sfera festosa è la "pirrica", una danza armata con chiare influenze greche. Sono presenti (principalmente su vasi di ceramica) anche danze estatiche e danze funebri come le "neniae" accompagnate dal suono delle tibiae e dal pianto rituale. I danzatori sono sempre raffigurati in atteggiamenti rigidi e angolosi, specie le braccia e le mani (caratteristico il pollice assai divaricato), ed è abituale la torsione del busto. Il "carmen arvale" era una delle reliquie più arcaiche della scrittura latina, un rito arcaico propiziatorio per la terra. La "tripodatio", aveva ritmo ternario, quindi di tre passi, con andamento nobile e marziale, era la struttura più ricorrente nel Lazio latino, soprattutto nelle danze processionali. Era il passo-base, il motivo dominante del ballo etnico delle comunità agresti latine. Nell'antica Roma, vi era una danza rappresentata dalla "ballicrepa", che era una saltazione armata istituita da Romolo al tempo del ratto delle Sabine. Il Lazio latino anche se con influenze forestiere, mantenne sostanzialmente le sue saltazioni di stampo rurale. Il Saltarello deriva etimologicamente dalla saltatio latina.
Fonti, bibliografia e approfondimenti : "Vita e costumi dei romani antichi" n.13, Musica e Danza di Maria Paola Guidobaldi Ed. Quasar. Choreola n. 7-8 Ed. Taranta.